Avvocato Paolo Nardella: Bitcoin, Blockchain e legislazione

Oggi abbiamo intervistato uno dei professionisti più in vista del panorama blockchain italiano. Un professionista che ha studiato, analizzato e cercato di dominare la rivoluzione tecnologica apportata dall’avvento di Bitcoin e della Blockchain fin dal primo momento. Potrete pensare che sia uno dei tanti, forse l’ennesimo, ma in realtà l’Avvocato Paolo Nardella è stato il primo ad accettare pagamenti in Bitcoin nel suo studio legale. Un  professionista a tutto tondo che dedica molto del suo tempo alla divulgazione e alla ricerca in ambito blockchain.

Avvocato Buongiorno, si presenti, in molti già la conosceranno, ma per coloro i quali non conoscono la sua professionalità, vorrei chiederle un po’ di lei. Si parla molto degli esperti ma nessuno li conosce davvero, dimostriamo che non sono figure mitologiche.

Buongiorno a tutti, sono l’avvocato Paolo Nardella esperto di diritto delle nuove tecnologie, ICO, smart contract e tutto quello che è il tema del crowdfunding. Sono Presidente dell’Associazione Professionisti Blockchain Italia, Coordinatore del capitolo Pescarese dei Legal Hackers (network mondiale composto da tecnici informatici e da avvocati che discutono in merito alla compliance fra legge e tecnologia) e sono il responsabile della Business Hub Blockchain di Consulenza e Risorse, con la quale abbiamo già in atto diversi progetti che hanno ad oggetto lo sviluppo di queste tecnologie all’interno dei paradigmi aziendali, ma soprattutto non sono un’entità mitologica come Satoshi.

Breve ed esplicativo quasi come una validazione nella blockchain di Ethereum. In molti sono certo, soprattutto i giovani, si staranno chiedendo come si è avvicinato a questo mondo e soprattutto perché?

La conoscenza di questo tema è iniziata nel 2015 dovuta ad un’alta percentuale di scetticismo. Tutto è nato per capire dove fosse la truffa – No, anche lei lo aveva pensato – chi non lo penserebbe?! Non riuscivo a comprendere il perché qualcosa di digitale che non aveva alcuna logica fin lì studiata, riuscisse ad avere o rappresentare, tanto un valore quanto una vera e propria risorsa. Mi sono quindi avvicinato a Bitcoin, ho iniziato a studiare e ho scoperto fondamentalmente che era l’inizio di una rivoluzione in primis culturale e poi anche tecnologica, perché indubbiamente siamo di fronte ad un cambio radicale di quello che il vecchio paradigma culturale, ovvero la centralizzazione. Bitcoin infatti sfata questo mito andando contro il principio della moneta concepita come proprietà dello Stato o di qualsivoglia ente centrale, che ha necessità di controllarla per poterne attribuire valore.

Più semplicemente, cosa cambia in maniera sostanziale?

Varia il concetto di fiducia, perché è chiaro che nel momento in cui c’è una moneta e c’è uno Stato di riferimento si ha fiducia che il valore di quella moneta sarà garantita da questo ente centrale.

A prescindere dallo scetticismo, che da sempre ha caratterizzato la moltitudine delle scoperte che hanno cambiato il corso degli eventi dell’umanità, Bitcoin le ha suscitato qualche sensazione?

L’ho trovato semplicemente geniale, potrebbe essere una risposta banale ma non lo è perché questa valuta digitale riesce a mettere insieme, per la prima volta, quattro discipline fondamentali che sono: la teoria economica e monetaria, la crittografia, il sistema di network e le tecniche di trasmissione dei dati, che mai erano state studiate scientificamente in maniera sinergica prima d’ora. Questo mi ha fatto capire che c’era una rivoluzione in atto e quindi mi sono appassionato alla materia, ne sono diventato studioso, qualcuno oggi mi definisce anche un esperto ma con ancora tanta strada da fare, perché la tecnologia si evolve continuamente e tutto quello che è stato scoperto grazie a Bitcoin e alla sua tecnologia è ancora tutto da scoprire.

Proprio in relazione alla continua evoluzione tecnologica, sappiamo che negli ultimi vent’anni succede tutto e sempre più velocemente, ci sono temi che rimangono sempre legati a specifiche relazione come il mito che da sempre lega Bitcoin al mondo del deep web, quanto c’è di vero? 

Domanda riflessiva, infatti come ogni mito anche questo ha un fondamento di verità. Dalla sua nascita, Bitcoin, non era altro che una rappresentazione digitale priva di valore, veniva scambiato, regalato, era considerato quasi un gioco – Un po’ come Banano insomma, magari facesse la stessa fine – Minarlo era semplice bastava un piccolo computer fin quando nel dark web si è iniziato ad utilizzarlo come controvalore per attività illecite. Il primo sito ad utilizzare Bitcoin come mezzo di pagamento per attività illecite è stato Silk Road il cui fondatore Ross Ulbricht fu arrestato e condannato all’ergastolo. Quindi diciamo che bitcoin in una prima fase era collegato alle attività illecite, vista la natura digitale e anonima.

A questo punto mi perdoni l’interruzione, ma vorrei, come nei romanzi più singolari, che chi ci leggerà dovrà trovarsi travolto da informazione semplice ma complete, quindi Bitcoin è considerabile una valuta “anonima”?

No attenzione, la peculiarità di Bitcoin risiede nel non essere identificati come persone fisiche nel momento della transazione dei Bitcoin da un soggetto ad un altro. È importante sottolineare che i due soggetti non sono invisibili, anzi, vengono identificati solo attraverso codici alfanumerici dei loro wallet. Ma è importante ricordare che la blockchain è pubblica e di conseguenza chiunque può vedere che la transazione avvenuta dal wallet “A” al wallet “B”, pertanto il termine più corretto da utilizzare è che Bitcoin è una moneta pseudonima e non anonima.

Anche Bitcoin come la scoperta della formula che ha portato allo sviluppo della reazione nucleare ha di fatto determinato una rapida evoluzione delle infinite applicazioni. Ancora una volta però l’uomo è stato capace di trovarvi entrambe le sfaccettature, quella utile al progresso e quella che ne determinerebbe un uso improprio.

Esattamente, come tutto dipende dall’uso che se ne fa, anche il coltello ha una doppia lama, può contribuire alle necessità dell’uomo, così come mettere fine all’esistenza della vita altrui. La stessa cosa vale per Bitcoin, è stato sviluppato come alternativa non centralizzata, se qualcuno lo utilizza per il riciclaggio o per altre attività illecite è un rischio ma non è certamente possibile condannarlo, è necessario punirne l’uso improprio. Non è di fatto differente da quanto avviene ogni giorno con il contante, ancora oggi utilizzato per pagare carichi di droga o altre attività, ma non per questo viene definito una moneta adatta per le attività criminali.

Questa vera e propria demonizzazione di Bitcoin e delle criptovalute è forse scaturita dall’incapacità di recepire il messaggio rivoluzionario dietro lo sviluppo di questa tecnologia?

È chiaro che facendo vacillare il potere esclusivo di enti centrali di battere moneta e introducendo la possibilità di scambiare valore senza passare per un ente, ha fatto storcere il naso a molte persone.

In passato ci siamo stupiti della rilevanza economica degli attacchi mediatici, quasi sempre diretti a individui o personalità giuridiche, in questo caso, mai prima d’ora si sarebbe potuto ipotizzare un attacco ad una valuta digitale, ma quanto effettivamente Bitcoin ne ha risentito?

Sicuramente molti ce ne sono stati ed altri ce ne aspetteremo, ma è necessario considerare che la portata di questa criptovaluta e dei valori che essa trasmette non possono essere sottoposti ad oscillazioni di mercato, questo perché si ignora che già dai primi anni di vita di questa criptovaluta, precisamente nel 2011, uno dei più famosi siti al mondo di commercio online, Alibaba, utilizzava e accettava il pagamento della merce in Bitcoin, senonché arrivò lo stop del Governo cinese che vietava l’utilizzo di BTC. Nonostante ciò il crollo è stato molto limitato anche a fronte di un bacino di un miliardo e 200 milioni di potenziali possessori di Bitcoin.

Sappiamo bene che di attacchi ce ne sono stati tanti, soprattutto da parte di coloro che rappresentano gli enti che sarebbero esclusi, nel caso in cui le monete aventi corso legale cadessero nel dimenticatoio. Una riflessione mi sorge spontanea, perché uno Stato dovrebbe avere così tanta paura?

Tale susseguirsi di “paura” è dovuta allo stravolgimento del paradigma culturale attraverso l’eliminazione degli intermediari nello scambio di valore a favore della libertà di gestione dei propri averi. Questo concetto è quello che va a scontrarsi con quello che abbiamo nel DNA da millenni, ovvero che senza un’autorità centrale non è possibile scambiare alcun tipo di valore. La criticità rimane medesima ma per fortuna qualche Stato ed anche la Comunità europea negli ultimi sei mesi, hanno dimostrato un’apertura nei confronti di questo cambio di marcia.

Abbiamo parlato di cambio di paradigma culturale, ma in concreto, nell’economia globale Bitcoin e la Blockchain che effetti ha provocato?

Lo scetticismo iniziale si è trasformato in opportunità. Infatti, questo fenomeno dal momento in cui si è capito che non rappresentava solo una criptovaluta, bensì si faceva portatrice di una tecnologia capace di rivoluzionare le transazioni rendendole istantanee, intercontinentali e economicamente immutabili, si è iniziata ad approfondire. Aggiungo una curiosità, nel White paper di Satoshi Nakamoto, pseudonimo dello sviluppatore o del team di sviluppatori anonimi, l’attuale blockchain era denominata Time Chain.

Time-chain, per chi mastica l’inglese potrebbe essere intuitivo comprendere che tale tecnologia sin dalla sua versione embrionale era capace di conferire certezza di quanto immesso all’interno, sicuramente per quanto riguarda la collocazione temporale. Come si arriva dalla Time chain alla blockchain?

Il termine Blockchain fu coniato successivamente dalla consuetudine. Trattasi di una catena di blocchi legati tra loro attraverso algoritmi di Hash che ne impediscono l’alterazione e ne garantiscono la sicurezza attraverso la crittografia. Quindi dalla nascita di Bitcoin si scopre la blockchain, si capisce che era utile alle transazioni finanziarie e si inizia pensare che come nelle transazioni tale tecnologia potrebbe essere applicata anche in altri ambiti.

Bene, un excursus completo e a dir poco entusiasmante, ma arrivati a questo punto la domanda è lecita, di quali casi d’uso potremmo parlare?

Sicuramente si sta parlando di tracciabilità, trasparenza, pubblicità dei dati, per la pseudonimizzazione degli stessi o l’anonimizzazione vista la presenza di alcune criptovalute, che a differenza di bitcoin, sono completamente anonime come ad esempio Monero e ZCash.

Sicuramente aspetti interessanti che avremo modo di approfondire, ma visto che tutto è in evoluzione, anche la blockchain e le criptovalute possono subire una trasformazione oppure quella di cui abbiamo parlato sino ad ora è la loro massima potenzialità?

Assolutamente no, in quanto innovazioni anche queste sono sottoposte a cambiamenti, positivi e negativi. Attualmente di positivo c’è stato lo sviluppo di Ethereum, una blockchain 2.0 capace oltre che di scambiare valori tramite crittografia peer-to-peer,  permette l’automazione di alcuni processi attraverso l’implementazione degli smart contract. Sostanzialmente questo nuovo protocollo Blockchain crea molte più opportunità.

Sicuramente non di poco conto è la rilevanza di Ethereum e dell’implementazione di uno strumento presente ben dal 1994, sicuramente impensabile 25 anni fa credere che la commistione con una nuova tipologia di registro, questa volta distribuito, avrebbe determinato addirittura l’automazione di alcuni processi come l’esecutorietà di un contratto al verificarsi delle condizioni contrattuali. Un notevole risparmio di tempo e di danaro da parte delle aziende che così possono arginare i costi sino ad oggi sostenuti con la presenza di un intermediario. Guardiamo più da vicino un caso di applicazione di tale tecnologia, prima ha parlato di tracciabilità del Made in Italy, in che modo è possibile svilupparla?

La tracciabilità può avvenire attraverso la tokenizzazione di asset materiali, attraverso l’utilizzo di un ecosistema tale da integrare Smart Contract, Intelligenza Artificiale, Internet delle cose (IOT), sensoristica in modo tale da permettere la digitalizzazione di beni che sono normalmente ingessati dalla burocrazia, di difficile scambio o di difficile commercializzazione proprio perché in alcuni casi sono fisicamente impossibili o eccessivamente costosi da spostare. Fondamentalmente un’altra evoluzione: dalla criptovaluta Bitcoin all’ecosistema mettendo in potenza ulteriori possibilità di applicazioni di questa tecnologia, alcune reali mentre altre, a mio avviso, millantate. Sta di fatto che oggi la blockchain rappresenta il tema più attuale a livello mondiale.

Ad oggi infatti proprio per le motivazioni da lei citate tale tecnologia ricopre ancora una posizione di supremazia nei confronti di altri fenomeni economici e sociali. Vista e considerata la portata globale di tale innovazione, come prima abbiamo accennato, è fondamentale leggere per capirne davvero le peculiarità, perché crede che esista una strumentalizzazione?

Poco ma sicuro, è piaciuto a tutti questo cambio di paradigma culturale a livello potenziale ma difficilmente ad oggi, ancora si riesce a comprendere bene come questo stravolgimento possa poi effettivamente essere applicato nella vita reale. Da qui nascono una serie di discussioni e di criticità su quelle che sono le  blockchain “vere” e quelle che sono semplicemente delle DLT.

La famosa supply chain di una nota catena di supermercati ha fatto scuola, ma non sono stati gli unici. La criticità riscontrata risulta essere sostanziale o esclusivamente sotto il profilo formale ed etimologico?

Quando parliamo di blockchain privata fondamentalmente utilizziamo un ossimoro, perché la blockchain è sinonimo di trasparenza e decentralizzazione, dal momento in cui viene definita privata e quindi controllata centralmente, semanticamente non è corretto utilizzare questo sostantivo. Alcuni big tecnologici presenti sul mercato come ad esempio IBM hanno iniziato a parlare di blockchain con riferimento ad HyperLedger e a Hyperledger Fabric alimentando a mio avviso un po’ di confusione.

Sicuramente non è nel loro interesse fare della buona formazione, bensì vendere un prodotto sfruttando il sostantivo anche solo per fare il ping pong tra le testate giornalistiche del settore. A prescindere dalle informazioni mendaci utilizzate a fini di marketing esistono dei progetti sviluppati attraverso la blockchain “pura”?

Attualmente nel mondo sono ancora pochi i progetti che sono decollati e che effettivamente utilizzano una blockchain per fare ciò che dichiarano. Ci sono state anche aziende europee ed italiane che hanno millantato l’utilizzo di questa tecnologia ma che poi effettivamente si sono palesate esclusivamente come trovate pubblicitarie al pari di IBM, essendoci poco o addirittura nulla di trasparente ed immutabile. Sta di fatto che questo termine oggi a livello di marketing attrae i consumatori e quindi c’è una movimentazione anche di investimenti notevoli. Ed è proprio a tal proposito che l’Unione Europea ha stanziato circa 9 miliardi e 200 milioni di euro per i prossimi sette anni, per progetti che abbiano ad oggetto lo sviluppo della blockchain, intelligenza artificiale e sensoristica.

In riferimento a quello che è stato l’ultimo argomento trattato inerente il sostanzioso investimento dell’Unione Europea, come viene vista tale tecnologia livello nazionale e negli altri Stati? 

Quello di cui abbiamo parlato fino ad ora resta in alcuni casi a livello molto teorico a causa della mancanza di una normativa chiara, univoca e soprattutto necessariamente transnazionale che regolamenti questo fenomeno. Attualmente a livello mondiale vediamo affacciarsi al mondo legislativo varie nazioni che propongono normative indirizzate a facilitare l’utilizzo delle criptovalute e blockchain, oppure al contrario a limitarne l’utilizzo.

Molti Stati hanno sempre mostrato notevole scetticismo, nonostante ciò alcuni di essi proprio per limitare l’effetto di tali innovazioni hanno attuato scelte alquanto discutibili

Decisamente ci sono state molte speculazioni sul fatto che le criptovalute siano una bolla pronta a scoppiare, però quasi tutti gli Stati stanno lavorando per elaborare delle strategie da mettere in atto per contrastare tale fenomeno provando addirittura ad emettere la propria criptovaluta.

La Cina vieta il mining di Bitcoin, ne vieta l’utilizzo ma ha in cantiere la creazione di una criptovaluta di Stato, in Venezuela è stato inventato il Pedro ancorando il suo valore al petrolio che ha a disposizione e che non può vendere a causa dell’embargo. In Italia invece dal punto di vista normativo quanto è stato fatto e quanto ancora c’è da fare?

In Italia sono stati introdotti due articoli all’interno del DL Semplificazioni, precisamente all’art. 8 ter che conferisce validità ai dati inseriti nella blockchain e riconoscendo gli smart contract come automazione di un processo relativamente ad un contratto. Purtroppo anche in questo caso però ancora nulla di fatto a causa della delega conferita all’AgiD per lo sviluppo tecnico. Attualmente “in stand-by” con un nulla di fatto.

Negli altri Paesi UE ed Extra UE invece possiamo avere una speranza di sperimentazione anche normativa più consistente?

Sotto alcuni versi la risposta potrebbe essere certamente sì, ad esempio la Francia si è aperta completamente al mondo cripto. C’è fermento normativo. Anche la Svizzera è diventata cripto friendly insieme alla Lituania, cercando in ogni modo di calamitare la mole di investimenti in arrivo soprattutto dall’Est.  Ad oggi una normativa concreta sia in ambito fiscale sia in ambito legale che identifichi l’uso delle valute digitali non è ancora stata promulgata. L’Europa si muoverà per regolamentare il settore conferendo una direzione univoca da seguire, perlomeno a livello comunitario per poter maneggiare, le criptovalute e l’ecosistema blockchain related, puntando innanzitutto a livello di formazione divulgazione.

Abbiamo parlato di comunicazione e conoscenza: secondo lei considerando il contesto europeo ma soprattutto italiano in cui l’età media dei cittadini è molto elevata, ci potrebbero essere dei problemi di informazione e soprattutto di applicabilità di questa tecnologia? Cosa potrebbe rappresentare la chiave di volta per l’utilizzo concreto di queste cripto-valute che sia Bitcoin come un’altra.

Ancor prima della blockchain c’è il problema della conoscenza della digitalizzazione. In Italia abbiamo una spaccatura forte tra la generazione di chi ha superato i cinquant’anni e una generazione che è quella intermedia che va dai 40 ai 50 anni, dopodiché ci sono i ragazzi fino ai trent’anni che iniziano ad avere già contezza dell’applicazione di questi concetti. Dai 40 ai 50 si sono trovati a doversi adeguare. Oltre i cinquanta c’è ancora troppa difficoltà ad immaginare un mondo digitale più attuale del reale. Ovviamente lo sviluppo richiederà tempo, non tanto dal punto di vista tecnologico, quanto dal punto della mass-adoption, la tecnologia si evolve e deve essere metabolizzata.

Quali sono le reazioni all’evoluzione per ciascuna fascia d’età?

Il cambio di paradigma portato dalle criptovalute e dalla blockchain sarà più rapido e molto più facile da digerire per i più giovani; sarà più impegnativa per le generazioni intermedie; ardua per gli over cinquanta. Questo gap si andrà man mano riducendo ma io credo che da qui a cinque anni questo fenomeno non solo sarà metabolizzato ma anche riconosciuto.

Penso a quanto potrebbe essere più semplice comprendere questo cambio di paradigma se solo la formazione, da quella obbligatoria a quella accademica, ci avesse fornito le basi per poterlo comprendere. Penso alla Lettonia, Lituania ed altri Stati che già da quindici anni, hanno intrapreso un percorso di formazione informatica. Il problema in Italia pare però essere più profondo.

Il problema reale è la comprensione e l’applicazione nella vita quotidiana di questo fenomeno. Una cosa che posso dire di aver constatato è che tutte le volte che abbiamo iniziato un percorso formativo, gli interlocutori nonostante fossero inizialmente molto distanti, alla fine sono stati in grado di sviluppare idee innovative basate su questa tecnologia. Per quanto concerne i ragazzi invece, che sia nelle università o che sia nelle scuole superiori, la maggior parte si dimostrano non solo interessati ma anche con qualche conoscenza approfondita nonostante la scarsa attenzione del nostro percorso formativo alle nuove tecnologie.

Ci sono dei dubbi di applicabilità che poi derivano dalla mancanza di conoscenze tecniche relativo all’applicazione quindi la nostra formazione sia quella obbligatoria che quella universitaria deve improntarsi sulla via di una progettazione di studio delle materie informatiche già in atto altri Paesi. CryptoRivista in primis ha come obiettivo quello di colmare questo gap informando non solo i nostri lettori più affezionati, ma formando attraverso dei prodotti studiati ad hoc coloro i quali si troveranno a scoprire questo settore in via di sviluppo.

Ringrazio pertanto l’Avvocato Nardella per la Sua disponibilità auspicando che i numerosi progetti diventino realtà quotidiane nelle quali confrontarsi, compreso il primo Master in Blockchain Economy presso l’Università degli Studi Chieti-Pescara, chiave di volta di un percorso di formazione necessariamente da intraprendere a 360 gradi.

Crypto menzionate (1)

Bitcoin / BTC

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