Dott. William Nonnis: tra blockchain e user experience

Oggi continua la serie di interviste di CryptoRivista per adempiere a quella che è la nostra Mission, informare consapevolmente i nostri lettori e soprattutto avvicinare i nuovi, accompagnandoli in un percorso di formazione continua, non solo attraverso le notizie quotidiane o la nostra cryptowiki ma anche attraverso le spiegazioni ed i punti di vista di coloro che operano in questo settore e che ad oggi sono ritenuti i massimi esperti. Nostro ospite oggi sarà il Dott. William Nonnis.

Ci siamo Dott. Nonnis, benvenuto in CryptorRvista, anche Lei come l’Avv. Paolo Nardella, è stato ospite in uno degli eventi che abbiamo organizzato all’interno delle Università italiane, oggi si presenti a chi magari ancora non la conosce.

Innanzitutto grazie a CryptoRivista per questa intervista, sono William Nonnis Full Stack Blockchain developer per il Ministero della Difesa, mi occupo di blockchain sin dal lontano 2011 inizio 2012, quando ho conosciuto Bitcoin per poi passare da programmatore a capire come funzionava quest’ultimo. Dopodichè ho iniziato a fare degli approfondimenti per poi passare alla progettazione e lo sviluppo di alcune blockchain per il Ministero.

Un punto di vista completamente differente di quello che abbiamo affrontato sino ad oggi, pertanto qui la domanda fatidica “come mai tutta questa curiosità” potrebbe risultare abbastanza banale quindi direi saltiamo i convenevoli e mi viene subito in mente di chiederle, la prima volta che ha sentito parlare di Bitcoin ha pensato fosse una truffa?

Nel mondo dell’informatica fondamentalmente è normale che venga classificato una truffa da chi non è nel settore o non era su internet dieci anni fa; diciamo di sì, la prima cosa che ho pensato è che fosse una truffa ma non mi sono fermato e quindi spinto dalla curiosità ho iniziato a studiarne tecnicamente i vari funzionamenti.

Quando ha visto crescerne il consenso cosa ha pensato di fare?

Ho continuato ad approfondire in maniera sempre più tecnica l’argomento cercando di capirne aspetti positivi ma anche negativi. Come avvenivano queste transazioni e cosa fosse il consenso.

Sappiamo che c’è tanta informazione ma purtroppo anche tanta disinformazione. Entriamo più nel merito. Se una persona che ci sta leggendo per la prima volta si stesse chiedendo che cos’è effettivamente la blockchain, quale definizione utilizzerebbe?

Condivido che effettivamente c’è tanta informazione ma anche tanta disinformazione dovuta al giro di marketing che c’è dietro questa parola. La Blockchain non è altro che un registro pubblico e trasparente, la cui vera innovazione risiede nel contatto delle persone che partecipano a questa struttura, dove tutti, in egual modo,  hanno la possibilità di esprimere il loro consenso partecipando a una validazione di alcuni processi di transazione responsabilizzando l’utente.

Paradossalmente sino ad oggi tutte le tecnologie hanno avuto una prospettiva unidirezionale che va dall’alto verso il basso invece qui cosa è successo?

Questa tecnologia parte dal basso e si dirige verso l’alto. L’esempio pratico di questa tecnologia, che logicamente il signor Satoshi nel lontano 2008 si è inventato, risiede in una nuova economia circolare pubblica e trasparente. Questa pone le fondamenta sulla tecnologia peer-to-peer, conosciuta solo negli ultimi anni, ma che veniva già utilizzata da Napster, WinMX ed EMule dove per scaricare un file o un film era necessario attendere che tutti i componenti di quel film fossero  interconnessi poiché ognuno possedeva un pezzettino di quei file. La Blockchain nasce qui, e si evolve con la differenza di essere totalmente decentralizzata, elemento non riscontrabile nelle DLT. Questa è la vera innovazione, l’aspetto fondamentale della blockchain è l’uso della crittografia, interconnessa con l’ausilio della firma digitale.

Quindi, la blockchain è sinonimo di decentralizzazione ma quali altre peculiarità possiede?

Fondamentale oggi è sottolineare la trasparenza e di conseguenza il conferimento della fiducia tra gli individui che partecipano al network. Paradossalmente questo compito in futuro potrebbe garantire la fiducia tra gli individui di una stessa o di differenti comunità, sempre più caratterizzate dalla diffidenza.

Contestualizzando il concetto di fiducia all’interno dell’ecosistema blockchain, dove questa risulta essere chiave di volta del processo decisionale?

Certamente ne riscontriamo l’applicazione in ciascuna transazione, infatti quando avviene la transazione “x” come possiamo essere certi che questa non sia stata alterata da una delle parti o dall’intermediario stesso?! Ed è qui che la Blockchain viene in supporto e non in soluzione, esprimendo le norme che hanno regolato questa transazione e quindi la certezza che se tali norme sono state rispettate, dobbiamo avere fiducia che tale transazione non è stata alterata in nessun modo. Altro aspetto da  considerare non presente nella blockchain permissioned, ma in quella di Bitcoin (permissionless) è l’immutabilità. Attenzione, non perché sia effettivamente così, ma per la mole di nodi da Hackerare, ben 12 milioni di nodi, pari al  51% dell’intera catena di blocchi. La Blockchain di Bitcoin infatti potremmo definirla impensabile e tecnicamente impossibile da hackerare.

Possiamo quindi immaginare una Blockchain nazionale con gestione dei servizi? 

Sicuramente si dovrà arrivare a questo anche in risposta al lavoro che stanno portando avanti altri Stati

Proprio in riguardo a quello che dicevi a proposito della sostanziale differenza della blockchain permissioned, da quella permissionless sottolineando con fermezza, la loro differenza, alla luce del dibattito che si è instaurato nelle community sin dall’inizio o forse possiamo dire da quando IBM ha sviluppato Hyperledger e Hyperledger Fabric. Qual è la fondamentale differenza che vi intercorre?

Satoshi Nakamoto, quando parla di economia circolare pubblica e trasparente, ha un modello che è quello di Bitcoin ed è quindi liberamente accessibile. La permissioned non viene nemmeno nominata, pertanto io dico sempre che Hyperledger è un ottimo software che utilizza le DLT. Ribadisco sempre però che quest’ultime esistono da quarant’anni e non se l’è inventate Satoshi.

Hyperledger come software quindi?

Si esattamente, basta tenere ben presente che Hyperledger è un software basato sulle DLT, è ottimo, ma non può essere definito una Blockchain in quanto il consenso è gestito da 24 interlocutori. L’attribuzione del lemma Blockchain ad Hyperldger è profondamente errato. Anche perché, aspetto non di poco conto, è quello che deriva dall’accreditamento dell’interlocutore. Infatti se non vieni invitato a far parte di quel portale, non potrai essere a conoscenza di alcun tipo di informazione di quel software, eliminando una delle peculiarità della Blockchain permissionless, il libero accesso.

Abbiamo parlato delle peculiarità e delle differenze della permissionless rispetto alle permissioned ma qual è il vantaggio della Blockchain “pura”?

Vuol dire coinvolgere la comunità. Oggi l’innovazione tecnologica deve avvenire dal basso verso l’alto. Quindi imporre secondo il mio punto di vista una struttura dove ci sono 24 individui che validano un processo di transazione, non mi sembra corretto nei confronti della comunità né tanto meno democratico.

Reputo giusto pertanto che esista una permissionless dove tutti abbiano la facoltà di esercitare un giudizio attenendosi a delle regole per quel tipo di processo, perché le regole devono esserci e a nessuno mai è venuto in mente il contrario, però tutti devono essere coinvolti nell’espressione del giudizio di consenso, conoscendo quali tipologie di regole devono essere seguite e quindi arrivare a poter  dire “ questo processo è valido perché rispecchia le regole”.

Partendo proprio da questa differenza quali delle due potrebbe apportare un sostanzioso vantaggio nella Pubblica Amministrazione anche alla luce della normativa, italiana ed europea, in materia di privacy e di divulgazione dei dati sensibili.

Il discorso della Pubblica Amministrazione è sicuramente riferito, all’interno del contesto blockchain, al diritto all’oblio. Per quanto concerne la privacy se prendiamo in considerazione la blockchain permissioned, o meglio Hyperledger, il problema non sussiste in quanto l’informazione è crittografata. Il dubbio sulla privacy diventa un bel dilemma, quando si parla di Blockchain ma come dico sempre se si ragiona in tali termini, allora non dovremmo utilizzare il cellulare. Quest’ultimo ci registra 24 ore al giorno e tutti abbiamo dato il consenso. Quindi affrontare il concetto di privacy su Blockchain non lo trovo molto costruttivo anche alla luce di quanto accade fuori dai confini nazionali ed europei, infatti Stati Uniti e la Cina non se lo pongono il problema.

Sicuramente una riflessione interessante, soprattutto perchè i nostri dispositivi oltre che registrare i dati personali possono trasmettere anche dati come la posizione gps, secondo il mio punto di vista anche qui il problema è l’inconsapevolezza da parte dell’utente che presta il consenso a qualcosa che effettivamente non conosce.

Certo, questo sicuramente, infatti non metto in discussione che la privacy in Europa è un diritto di tutti. Però non possiamo fermare l’innovazione tecnologica sbattendo la testa dicendo “non mi garantisce la privacy” perché se così fosse, come accennavo prima, non dovremmo utilizzare neanche il cellulare. Quindi secondo me bisognerebbe dosare il contesto di privacy, che ribadisco per certi aspetti è giusto che ci sia, ma non è nemmeno giusto arenare l’innovazione tecnologica sul discorso privacy. La blockchain nella pubblica amministrazione può dare un beneficio al cittadino perché ribadiamo la tecnologia in questo caso la blockchain deve dare un beneficio e non la funzionalità.

Hai sottolineato come la blockchain debba portare beneficio e non funzionalità, in che modo questa porterebbe beneficio, sia per il cittadino che per l’ente?

Semplicemente non è concepibile nel 2020 fare la fila di 5 ore, perdere una giornata lavorativa all’Agenzia delle Entrate o qualsiasi altro ufficio, parlare con l’operatore e vedersi rispondere di procrastinare l’appuntamento alla settimana prossima. La blockchain potrebbe essere un beneficio in termini di semplificazione dei processi nei limiti della tecnologia. Non che l’interazione umana debba essere eliminata ma non dimentichiamo che la Blockchain nasce per disintermediare, dovranno essere pensate nuove professioni.

Assumendo ciò che fin qui abbiamo detto, in che modo secondo te, l’Europa e l’Italia si stanno muovendo dal punto di vista strategico?

Sicuramente esistono dei tavoli che stanno lavorando proprio per ridurre questo gap ma io dico sempre che è necessario prendere alcuni modelli già esistenti. Vado a fare alcuni piccoli esempi. Quando si parla di innovazione digitale la prima cosa che mi viene in mente da sviluppare è l’identità digitale. Oggi in Italia abbiamo ancora il dilemma dello spid o no-spid. Dando uno sguardo ai Paesi europei che utilizzano l’identità digitale sono due, Lettonia e Slovenia. È necessario andare da loro, capire come hanno fatto funzionare questo meccanismo a prescindere dalla dimensione della nazione, poiché la tecnologia si applica prima nel piccolo contesto e poi si amplia su larga scala, e replicare il metodo adattandolo al nuovo scenario.

Leggevo che in Estonia il coding è parte integrante del percorso di studio di tutti i bambini sin dalle elementari, qui invece stentiamo a comprendere che l’informatica, in qualsiasi argomento questa venga applicato può costituire una risorsa, se se ne comprendono le modalità di dialogo.

Esattamente, è necessario pertanto interloquire con gli Stati dove l’identità digitale è una realtà dal 2010, quindi è ben consolidata per capire come sarà nel nostro contesto. Ma questo vale per tutti gli Stati.

In Europa qual è il Paese che sta facendo passi da gigante rispetto agli altri contesti già sviluppati?

Sicuramente la Francia, tanto che dall’anno prossimo inserirà nei programmi ministeriali didattici il fintech, le criptovalute, la Blockchain, intelligenza artificiale ed IOT. Questo è un forte segnale che dovremmo prendere in considerazione – faccio l’esempio di mio nipote – oggi nelle nostre scuole elementari non è possibile che facciano un’ora di coding alla settimana quando il loro futuro è il computer – mi permetterei di aggiungere se e quando quest’ora viene fatta – non ci si sta rendendo conto che si sta tagliando questi ragazzi, fuori dal futuro, ed è un dato di fatto. Stiamo creando dei cyborg con mentalità di 40 anni fa.

Non saranno mai competitivi anche perché noi abbiamo la fortuna di essere molto creativi, avere un know-how che fa invidia a tanti, però facendo così avremo dei piccoli cyborg senza una visione prospettica.

Gli altri stati investono tantissimo sui giovani, in Italia essere giovani sta diventando sempre più un difetto, perché sinonimo di inesperienza, ma così non è, anzi, molto spesso capita di trovarci davanti ad individui plurilaureati a cui mancano determinati concetti di base, quali il comprendere che l’innovazione tecnologica passa anche attraverso il dibattito costruttivo tra generazioni diverse.

Non c’è alcun dubbio, in Cina per esempio si insegna l’intelligenza artificiale dalla quinta elementare. Non potremo mai essere competitivi quindi è importante che tutti gli stati membri dell’Ue tengano presente tutto questo.

È possibile che il gap rallenti l’espansione e soprattutto l’adozione di queste nuove tecnologie?

I limiti tecnici o deontologici delle nuove tecnologie devono esserci necessariamente, ma limitare l’innovazione e l’avanzamento di uno Stato è impossibile anche perché ricordiamoci che la tecnologia va avanti a prescindere dalla volontà degli Stati, la differenza sta nell’essere preparati o meno. Ma sinceramente trovo assurdo che i futuri ragazzi, le future menti brillanti Italiane siano limitate da una volontà Governativa.

Quindi l’auspicio è che l’Unione Europea anche a fronte delle recenti aperture sotto il punto di vista dell’evoluzione tecnologica si pronunci nel merito invitando gli Stati membri a promuovere l’evoluzione tecnologica, comprese criptovalute e blockchain, e non a limitarla.  Anche il lettore non del settore, avrà certamente compreso che questa rivoluzione tecnologica porta con sé non solo una variazione di alcuni paradigmi strettamente tecnici, ma soprattutto si pone come rivoluzione filosofica, sia del concetto di moneta sia di distribuzione del potere decisionale. Alla luce di ciò se dovesse trovarsi di fronte ad una platea Accademica o scolastica, e sappiamo che avverrà presto, alla domanda qual è il messaggio che Satoshi vuole consegnare, non solo a chi sta vivendo questo periodo ma soprattutto alla storia, cosa risponderebbe?

Sicuramente nel white paper, – Lui o loro? – , secondo me un loro perché mi pare impossibile affrontare e scrivere un piccolo trattato di materie così varie e trasversali tali da comprendere settori come l’economia e l’informatica con una sola mente. Pertanto credo che abbiano individuato un’esigenza che parte dal basso, un’esigenza anche economica. Ma la chiave di lettura è la necessità di cambiare il consuetudinario paradigma culturale che non ci avrebbe permesso di affrontare le sfide che abbiamo già davanti, come per esempio il 5G, in maniera adeguata, attraverso una visione totalmente opposta a quella per cui siamo stati “progettati” fino ad oggi cercando di comprendere che la tecnologia deve essere governata e non dobbiamo farci governare da quest’ultima.

Quindi, mi corregga se sbaglio, l’essere critici e la conseguente consapevolezza potrebbe far sì che lo stravolgimento della prospettiva a cui siamo abituati, permetta di evitare problemi anche a livello dell’utilizzo concreto.

Certamente è proprio con questo spirito che è necessario affrontare questo tema. Quando mi capita di sentire nei convegni che tanto ci adeguiamo come è successo per l’utilizzo di internet, io prontamente rispondo:”come utilizzi internet?” ed ovviamente non ho alcun tipo di risposta.Non possiamo essere nichilisti nei confronti di questa tecnologia, abbassare le mani ed utilizzarla per quello che serve. Comporterebbe diventare schiavi ed anzi, succubi di una governance tecnologica. Dobbiamo essere noi a governarla, e l’unico strumento che abbiamo è comprenderla in tutte le sue sfaccettature.

Pertanto ancora una volta l’informazione ma soprattutto la formazione dovrà essere attenta e puntuale.

Ognuno di noi dovrà acquisire un glossario tecnico. Paradossalmente si gioca tantissimo sul concetto degli informatici che oggi abbiamo imparato negli anni, ad esempio lo smartphone, il wifi, Big Data, smart city e firma digitale. Oggi è necessario aumentare le parole di questo glossario si parla di intelligenza artificiale, machine learning, cloud ed è necessario comprenderle come l’Ave Maria.

Ormai la terminologia e l’utilizzo costante dei dispositivi interconnessi ti obbliga a possedere un linguaggio tecnico di base in quanto noi siamo l’Internet del tutto noi paradossalmente esseri umani siamo connessi in rete 24 ore al giorno sia dallo smartwatch che dal telefonino. 

Anch’io oggi senza cellulare o smartwatch non vivo. Ho notato che se si dimentica il cellulare o smartwatch a casa, necessariamente si torna indietro per prenderlo, se ci si scorda il portafoglio, no, in quanto anche lo smartphone ha la possibilità di effettuare pagamenti. Manca giusto la possibilità di avere un wallet per i documenti che arriverà a breve, leggevo giusto la settimana scorsa che in Europa sta per essere rilasciato il wallet dei documenti digitali, dalla patente al passaporto.

Si concordo, oramai sta diventando una nostra protesi, e non posso neanche negare il fatto che anche io facendo abuso del contactless tramite smartphone non volevo portarmi i documenti perché c’è il rischio sempre che cadano oppure ti vengano sottratti e quindi volevo un’applicazione che unisse queste tipologie di documenti. Non l’ho trovata, l’unico software che fa questo è Telegram con “telegram passport” ma comunque non ha alcun tipo di valore dal punto di vista legale.

No, non è un Wallet autorizzato a rappresentare un documento ed ahimé è una cosa inconcepibile. Personalmente parlando, svilupperei un QR code da utilizzare da documento unico, la cui scansione renderebbe fruibili tutti i documenti personali ivi contenuti. Questo avviene in Slovenia ed in Estonia, attraverso l’utilizzo dell’identità digitale. Identificare il soggetto in maniera univoca, ma che soprattutto si possa utilizzare sia ai controlli di polizia che in caso di check-in in aeroporto.

Viviamo in una perenne contraddizione. Noi quando veniamo fermati per un normale controllo, vengono inseriti i nostri dati. Sono in grado di verificare qualsiasi cosa, dalle multe, a se siamo o meno in possesso di patente di guida. Ancora però non si riesce ad avere un’unificazione di tutti questi documenti e renderli smart in maniera concreta.

Io la vedo come te, dobbiamo fare come in america un documento unico, invece noi abbiamo la carta d’identità elettronica, la tessera sanitaria, il passaporto. Poi un giorno mi rubano il portafoglio e sono costretto a fare ottomila denunce, ciascuna indirizzata all’ente di riferimento competente per la riemissione. Qualcuno potrebbe dire che è uguale nel caso in cui si perdesse lo smartphone ma così non è. Tutto è in cloud, di conseguenza puoi sicuramente accedervi attraverso un altro dispositivo abilitato.

Notizia di pochi giorni fa è che un nostro collega, nostro perchè fa informazione e tuo perchè è un tecnico, Marco Crotta, ha sviluppato la Blockchain per tokenizzare i cani. Cosa ne pensi di questa di questa trovata?

Ma guarda sicuramente Marco è un collega e soprattutto un amico. Questa notizia me l’annunciò ad un convegno a Firenze e la trovo geniale. Oggi fondamentalmente non esiste un’anagrafica nazionale degli animali, in questo caso di cani e gatti. Quindi di conseguenza questo sviluppo si pone a garanzia dei nostri amici a quattro zampe. Sempre più sono entrati a far parte delle nostre famiglie, eppure sono rimasti purtroppo fino troppo spesso abbandonati o trattati in maniera non consona.

Oggi l’anagrafica canina è strutturata a livello regionale. Se viene rubato un cane da Roma e portato a Napoli il tuo cane lì non risulterà scomparso. L’idea, a cui io non avevo minimamente pensato, la reputo geniale. La condivido a pieno anche dal punto di vista strettamente tecnico in quanto Marco è un purista esattamente come me. La sosterrò sotto tutti i punti di vista.

Qual è la chiave di volta che farebbe ridurre questo gap tra reale e digitale?

Allora punto primo chi divulga deve divulgare in maniera corretta l’utilizzo delle tecnologie. È importante definire i limiti etici ma anche di reale applicabilità affinché queste possano portare benefici. È inutile pensare di poter tracciare il Montepulciano d’Abruzzo su Blockchain. Ad oggi non è tecnicamente in quanto è impossibile tracciare beni liquidi. La blockchain è nata per tracciare asset da fisici a digitali. L’asset liquido no, possiamo tracciare le materie prime, ma non il prodotto liquido finale. Ci sono molti che confondono il concetto di beneficio. Pochi mesi fa è nata la blockchain di Quadrans dove viene tracciato il gelato artigianale. Non è però ovviamente in grado di identificare il gelato come buono. Bensì è possibile traccia che le materie prime utilizzate per la composizione del gelato, consentendoci di dire che sono italiane. Un domani la nostra casa si chiamerà “infrastruttura critica”. Saremo interconnessi con questa, dal frigorifero al forno passando anche per la piastra ad induzione. Il tutto tramite app sullo smartphone. Quindi capire i meccanismi tecnologici è, e sarà, sempre più fondamentale.

Tutti devono capirlo in quanto dovremo, un domani neanche troppo lontano, gestire la tecnologia affinché questa non si ribelli. Io faccio un esempio banalissimo del film “Io Robot” di Will Smith. Era talmente duro di testa che non voleva accettare la tecnologia. Questi robot che gli davano un supporto, però poi gli si è rigirata contro e lo stesso potrebbe accadere anche a noi. Sono contento che alcuni partner commerciali anche importanti come Amazon abbiano introdotto la possibilità di pagare in Bitcoin.

Grazie al Dott. William Nonnis, per essere stato con noi e per aver messo a disposizione dei lettori di CryptoRivista la sua enorme professionalità e conoscenza del settore. Rara da trovare in questo periodo su tali tematiche. Sperando che sia solo la prima di una lunga serie di collaborazioni future. È responsabilità anche di noi media essere puntuali nelle informazioni fornite, cercando di abituare gli utenti ad usare queste tecnologie, sempre in maniera consapevole.

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