È possibile parlare di certificazione sociale dei dati, avvalendosi della blockchain?

Fonte immagine: Cryptorivista, Marco Laurenti

L’utilizzo della tecnologia blockchain permette di inserire informazioni, attraverso trascrizioni di dati (input), su un ledger (registro), immodificabile per la sua conformazione progettuale e strutturale, a blocchi chiusi e concatenati.

Come noto, la blockchain permette di attribuire ai dati immessi una data certa (timestamp) ed un‘impronta (hash), a garanzia di integrità, immodificabilità ed univocità.

Questo processo virtuoso, chiamiamolo di notarizzazione (cioè di validazione dei dati tramite trascrizione immutabile su una catena di blocchi concatenati) ha reso la blockchain uno strumento ideale per migliorare le best practices di organizzazioni pubbliche e private. I dati immessi vengono cristallizzati e distribuiti in favore di tutti i partecipanti dell’ecosistema.

In particolare, i data-base sono distribuiti su più nodi (e non più immagazzinati in un’unica repository centrale), garantendo altresì trasparenza e condivisione del processo, facilitando la partecipazione dei soggetti interessati e rendendo così il processo stesso più “democratico” e maggiormente rispondente alle istanze concrete delle persone. Il dato immesso risulta quindi immutabile e di dominio pubblico, senza limitazioni o restrizioni, caratterizzandosi per trasparenza e verificabilità.

Ci si potrebbe ora spingere oltre e chiedersi fino a che punto la tecnologia decentralizzata possa produrre effetti utili e benefici per tutti.

La blockchain può essere idonea anche alla certificazione dal basso del dato immesso dai partecipanti all’ecosistema, oltre che alla sua notarizzazione?

Il tema è delicato perché l’input immesso potrebbe essere vero o falso, ma la blockchain non opera su questo aspetto nè potrebbe, in quanto strumento neutrale al pari di altra tecnologia analoga. Se il processo di notarizzazione prevede l’immissione del dato e la conseguente garanzia di immodificabilità dello stesso, nulla ci dice in ordine alla autenticità e veridicità del dato o alla sua provenienza.

Il presupposto di validità della notarizzazione è dunque la certificazione del dato prima della sua immissione su catena a blocchi. Allo stato dell’arte, il processo di certificazione ab origine è appannaggio di soggetti o enti che, a determinate condizioni previste dalla legge, assurgono il ruolo di certificatori, che operano un ruolo di garanzia.

Ma sarebbe possibile una certificazione sociale, dal basso, distribuibile tramite blockchain o deve necessariamente ritenersi insostituibile il controllo centralizzato di enti terzi riconosciuti?

Sarebbe interessante pensare di sovvertire questo establishment consolidato in favore della decentralizzazione della certificazione (del prodotto o servizio) tra tutti i partecipanti alla rete, investendo sul trust digitale dell’ecosistema sociale, basato su blockchain.

Come potrebbe funzionare la certificazione sociale?

Il dato viene distribuito in favore di tutti i partecipanti all’ecosistema blockchain. A seguito di un processo di interazione totalmente democratico, distribuito, e soprattutto disintermediato, i partecipanti esprimono il proprio parere sulla conformità del dato immesso rispetto alle caratteristiche dichiarate. (Ad esempio, banalizzando il processo: tutti i partecipanti al concerto di Vasco Rossi potranno confermare che il berretto utilizzato dal performer nel concerto di Roma del 15 maggio era verde.

Il dato immesso viene confermato e convalidato in modo distribuito e democratico attraverso un analogo e speculare sistema di notarizzazione che impegna la massa critica di convalidatori.
Uno contro mille. Uno solo immette il dato, mille lo convalidano, (oppure no).

La certificazione sociale verrebbe quindi registrata e convalidata tramite un processo di notarizzazione su blockchain, producendo un esito trasparente, condiviso, partecipato e democratico di certificazione disintermediata.

A questo punto verrebbe meno la necessità del terzo certificatore e la tecnologia sopperirebbe ad un processo che prevede l’impiego di soggetti terzi.

La certificazione sociale potrebbe operare in molteplici settori (dalla
supply chain, al retail, ai servizi della società dell’informazione e così via) con effetti disruptive rispetto allo status quo.

Pensiamo ad esempi pratici: dalla convalida del colore del cappello di Vasco Rossi, alla qualità di un vino, fino alla composizione chimica di un’acqua minerale, esperibile attraverso la distribuzione dell’analisi con metodo democratico ad una molteplicità di laboratori notarizzanti l’esito sulla medesima blockchain.

Siamo difronte ad un importante cambio di paradigma culturale di cui trarrà i benefici l’intero tessuto sociale grazie alla combinazione della tecnologia con i principi di un nuovo umanesimo democratico.

Noi siamo già pronti ad accoglierlo, la vera sfida sarà nella sua divulgazione.

MCD: Movimento per la certificazione decentralizzata

Articolo di Alessandro Ghiani, con la collaborazione di Angela Petraglia